Siamo a casa, a Roma. Da ieri notte, dopo oltre 24 ore di viaggio ininterrotto, fra ritardi aerei, bockwurst a Francoforte, la Lapin Kulta all’aeroporto di Helsinki, i bagagli reclamati a Fiumicino.
Con 37 e mezzo, ho deciso di prendermi un altro giorno di vacanza dal lavoro. Così ho anche il tempo e la predisposizione febbricitante per scrivere questo post di ragguaglio.
A volte in Cina ci si sente cretini, e – molte volte – si pensa che i cretini siano loro, i cinesi. Quando la comunicazione si fa impossibile, ad esempio, e gli interlocutori (camerieri, bigliettai, venditori…) continuano a ripetere la stessa frase in cinese, magari solo più lentamente, decine di volte, mentre uno continua a dire “I don’t speak chinese”, “No chinese, english!”.
E’ però poi quando uno affronta un viaggio come quello di ieri, e ritrova dopo quasi un mese, su un aereo dalla Germania, una grossa quantità di italiani, che tutto il razzismo spontaneo accumulato in settimane di file a cazzo di cane scompare nel nulla, o meglio si sovrappone all’autorazzismo contro i compatrioti, impegnati in tutto il viaggio, come e più dei cinesi, a fare truppone, a scavalcarsi in modo inutile nelle file dei check in, a chiedere a chiunque se “parla italiano”, a urlare da una parte all’altra di un aeroporto internazionale.
I cinesi sono così, italiani nel midollo: chiaccheroni, cazzari, viaggiatori, poeti, santi e navigatori.
E Shanghai o Napoli, Pechino o Roma, la differenza antropologica non c’è. Ce n’è solo una linguistica, tra due popoli che non vogliono imparare le altre lingue, che doppiano i film stranieri, ognuno che pensa che i propri spaghetti siano i migliori di tutti.
Che la Cina, con tutto il malcostume diffuso e l’indolenza manifesta di molti abitanti (ricordo che Mao Tse Tung riuscì – negli anni ’10, in Cina! – a non lavorare fino a 24 anni facendo lo “studente” con la paghetta del papà, non che in seguito abbia mai fatto un vero e proprio lavoro), sia arrivata ad avere il secondo PIL del mondo, è quasi più incredibile del fatto che l’Italia sia stata (e in qualche modo sia ancora) nei big del mondo.
E il motivo è che sotto la patina di pigrizia e caciara c’è l’arte di arrangiarsi, la propensione a vendere e comprare, il lavoro duro tra una birra e la grappa di fine serata. In Cina come in Italia.
Questo è il miglior titolo di post dell’anno.