mi metto in tasca una piccola mela

Nella città che sale tutto è verticale. Mastodontica ed imponente, risparmia gli spazi. Le luci, il caldo umido e la marmellata di macchine. La corrente che scorre tra i blocchi di vetro e metallo, ci spinge lungo strade affollate. Corpi, macchine, marmitte, insegne e cibo, rallentano il nostro fluire di foglie in superficie. Adoro questo senso di perdita. Come dentro una lavatrice, sdraiato lungo il mitico Rotor, nella giostra che impazzisce. Insomma la megalopoli densa di segni non decodificabili è davvero stimolante, ottima per perdersi dentro e fuori di sé. E noi? ad un certo punto abbiamo alzato le vele, segnato la rotta e ci siamo direzionati al celebre magazzino del fake, del falso cinese, il santuario dell’imitazione, il gotha della replica. Il tempio dove il logo viene destrutturato, macinato e ricostruito in modo perfetto… una digestione dal basso… una sussunzione reale dell’immaginario consumista occidentale. Bellissimo! Dentro abbiamo trovato di tutto…. perfette realizzazioni di opere tecnologiche e di abbigliamento… “cineserie” si diceva un tempo in un italia impolverata dagli anni. Ora la precisione con cui vengono realizzate queste cose è spiegabile solamente perchè il medesimo know how, la medesima manodopera, e probabilmente i medesimi stabilimenti producono il medesimo pezzo in duplice copia: brandizzato e “falso”. Il limite di confine tra ciò che è originale e ciò che non lo è sfuma gradando in un concetto indistinto.
Questa operazione ha decisamente un portato destabilizzante.
Così come la tecnica e la riproduzione per Walter Benjamin attentavano all’arte (La riproducibilità, secondo Benjamin, distruggerebbe quella che egli definisce “l’aura” dell’opera d’arte. Egli la concepisce come qualcosa di irripetibile che era presente nelle opere antiche, un qualcosa di originario che ne garantiva l’autenticità, proveniente da manipolazioni tecniche che gli dovevano apparire ogni volta uniche e non totalmente imitabili e dal fatto che l’espositività dell’opera, quella che oggi si chiamerebbe la sua fruizione, era limitata a pochi, non percepita come oggi da ognuno e ovunque, come accade per ogni immagine che sia realizzata in serie), la replica “falsa” sporca la purezza del logo attentando al presunto attestato di qualità dei prodotti “ufficiali”. Anzi, proprio nella replica, dalla contaminazione, vengono alla luce intuizioni e miglioramenti che magari verranno nuovamente “imitate” questa volta dalla produzione ufficiale in un circolo virtuoso del valore.
Lambda ci raccontava del mitico I pad sottratto agli artigli fighetti (laccati di bianco) di steve jobs… ne esce una creatura ibrida, più brutta, più lenta ma sicuramente funzionale al prezzo di una cena per due in pizzeria. Che poi non regga l’urto mi pare secondario. Sono pronto a fare il confronto con un autentico Ipad per vedere che succede.

Cercansi volontari pronti a mettere a disposizione il proprio autentico Ipad per difendere il lignaggio del logo e la propria dignità per aver speso una somma spropositata per acquistarlo!

Alfa

Questo articolo è stato pubblicato in Alpha. Includi tra i preferiti il permalink.

Lascia un Commento

Fill in your details below or click an icon to log in:

Logo WordPress.com

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Modifica )

Foto Twitter

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Modifica )

Foto di Facebook

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Modifica )

Connecting to %s