l’atomica cinese

“… Sopra il bufalo che rumina, su una civiltà di secoli,
sopra le bandiere rosse, sui ritratti dei profeti,
sui ritratti dei signori
sopra le tombe impassibili degli antichi imperatori…”

Roma, Italia, Europa, Terra.
Rientrato tento di smaltire le ore che il pianeta impone a chi varca spazi di rilevante vastità.
Le somme che si tirano a volte sono semplificazioni che – infondo – un breve lampo come il nostro non legittima.
Certo che però sulla retina rimangono sensazioni distinte.
Una grande porzione di pianeta in rapido movimento rapito in un fragore davvero impressionante.
Tutto si muove di febbricitante trasformazione verso un assetto apparentemente non dato.
Chissà che forma prenderanno domani i posti che abbiamo attraversato.
Certo, la seconda superpotenza mondiale attenta, con apparente modestia, ad un primato davvero non precluso.
Enormi potenzialità emergono dalla capacità di rialzarsi ed andare verso una direzione comune, creazione di ricchezza.
Che sia redistributiva, inclusiva e libertaria.
La fatica della gente, vissuta con indomita tenacità, probabilmente aprirà il varco a contraddizioni proficue. Che il futuro abbia inizio allora!
Alfa

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La Cina dei cretini

Siamo a casa, a Roma. Da ieri notte, dopo oltre 24 ore di viaggio ininterrotto, fra ritardi aerei, bockwurst a Francoforte, la Lapin Kulta all’aeroporto di Helsinki, i bagagli reclamati a Fiumicino.

Con 37 e mezzo, ho deciso di prendermi un altro giorno di vacanza dal lavoro. Così ho anche il tempo e la predisposizione febbricitante per scrivere questo post di ragguaglio.

A volte in Cina ci si sente cretini, e – molte volte – si pensa che i cretini siano loro, i cinesi. Quando la comunicazione si fa impossibile, ad esempio, e gli interlocutori (camerieri, bigliettai, venditori…) continuano a ripetere la stessa frase in cinese, magari solo più lentamente, decine di volte, mentre uno continua a dire “I don’t speak chinese”, “No chinese, english!”.

E’ però poi quando uno affronta un viaggio come quello di ieri, e ritrova dopo quasi un mese, su un aereo dalla Germania, una grossa quantità di italiani, che tutto il razzismo spontaneo accumulato in settimane di file a cazzo di cane scompare nel nulla, o meglio si sovrappone all’autorazzismo contro i compatrioti, impegnati in tutto il viaggio, come e più dei cinesi, a fare truppone, a scavalcarsi in modo inutile nelle file dei check in, a chiedere a chiunque se “parla italiano”, a urlare da una parte all’altra di un aeroporto internazionale.

I cinesi sono così, italiani nel midollo: chiaccheroni, cazzari, viaggiatori, poeti, santi e navigatori.

E Shanghai o Napoli, Pechino o Roma, la differenza antropologica non c’è. Ce n’è solo una linguistica, tra due popoli che non vogliono imparare le altre lingue, che doppiano i film stranieri, ognuno che pensa che i propri spaghetti siano i migliori di tutti.

Che la Cina, con tutto il malcostume diffuso e l’indolenza manifesta di molti abitanti (ricordo che Mao Tse Tung riuscì – negli anni ’10, in Cina! – a non lavorare fino a 24 anni facendo lo “studente” con la paghetta del papà, non che in seguito abbia mai fatto un vero e proprio lavoro), sia arrivata ad avere il secondo PIL del mondo, è quasi più incredibile del fatto che l’Italia sia stata (e in qualche modo sia ancora) nei big del mondo.

E il motivo è che sotto la patina di pigrizia e caciara c’è l’arte di arrangiarsi, la propensione a vendere e comprare, il lavoro duro tra una birra e la grappa di fine serata. In Cina come in Italia.

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Ci sedemmo dalla parte del torto visto che tutti gli altri posti erano occupati

Eccoci, finalmente tornati alla base: ieri alle due di notte sul muro torto (tutto torna) si è chiusa la saga cinese.

Partenza di buon ora dal nostro bell’ostello di Shangai ed in taxi, freschi freschi, arriviamo alla stazione dove ci attende il treno iperveloce che collega la città all’aereoporto.

8 minuti, con punta massima di 300 Kmh, ed il trenino MAGLEV ci recapita al Pudong International Airport.

Facciamo la nostra bella coda, check in, caffè etc…. e, saliti a bordo, scopriamo che l’aereo farà un paio di ore di ritardo per traffico a Shangai.

Durante il tragitto si alternano le più classiche leggende metropolitane: si parla un fantomatico recupero, c’è chi dice che tutti voli in coincidenza ci aspetteranno, chi sostiene che troveremo un altro volo per Roma facilmente.

Insomma c’è grande ottimismo nelle capacità organizzative della compagnia scandinava su cui viaggiamo.

Ma come tutti sanno i finlandesi sono bravi a fare i cellulari…

Pertanto, dopo 12 ore (2 di attesa e 10 di volo), arriviamo finalmente ad Helzinki dove il nostro aereo per Roma è partito e ci attende un bel volo via Francoforte.

Dopo una serie di incazzature per rifare il check in e verificare il corretto imbarco dei nostri bagagli cinesi, ci meritiamo una bella birra.

E di nuovo in viaggio: Helzinki – Francoforte e Francoforte – Roma.

Come insegna Edward Norton, al terzo aereo, siamo tutti un pò nervosi e storditi, ma per sfogarci non intendiamo organizzare un circolo di combattimenti clandestini, vorremmo solo ritirare i bagagli e tornare a casa.

L’aereoporto di Fiumicino non delude mai: è l’una e, dopo un’ora dall’atterraggio, tutti e tre i  nostri zaini sono andati dispersi, non ci resta che compiliare la denuncia al Lost & Found.

Speriamo solo che gli zaini arrivino in tempo per il prossimo viaggio…

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Shanghai surprise

Ieri Expo. Toccava. Per chi, tra i lettori, non sapesse cosa sia un’expo, provo a riassumere wikipedia. L’expo è una fiera internazionale, che si svolge a cadenza irregolare dal 1851 in una città del mondo ogni volta diversa. Da poco si è deciso che le expo si fanno ogni 5 anni.

Per il 2010 è stata selezionata Shanghai, mentre come molti sanno nel 2015 si terrà a Milano.

Da un po’ di anni, queste esposizioni, una volta deputate a mostrare le ultime innovazioni tecniche e tecnologiche, sono più che altro fatte per il nation branding, ovvero per pubblicizzare i singoli stati.

L’expo di Shanghai consiste quindi in un’area enorme (quasi 6 chilometri quadrati di area espositiva), divisa in “padiglioni”, ovvero costruzioni, ognuna corrispondente ad un paese. Tra i vari padiglioni, milioni di cinesi si accalcano in file oceaniche.

Noi arriviamo verso le 14.00, siamo all’incirca i 400millesimi visitatori della giornata, stando alle meravigliose statistiche del sito ufficiale dell’expo.

Il sistema di controllo biopolitico è rigido. Ovviamente all’entrata mi sequestrano l’ennesimo accendino (e siamo a tre, regalati alla nazione cinese!). Poi ci incanaliamo in una delle file infinite per entrare in un padiglione. Scegliamo quella dell’India, che sembra più umana. Dopo soli 40 minuti di cordone per non far passare signore cinesi armate di borsetta, la triade riesce ad entrare. Lo stesso non si può dire di alcune persone svenute per il caldo, portate via a braccia da quattro soldati dell’armata rossa.

Assorbite alcune pietanze tipiche indiane, tipo il riso e il pollo tandori, abbiamo potuto ammirare un po’ di poster stampati col computer di casa su quant’è bella l’India e un ologramma sulla città del futuro.

Delusi dal rapporto fila indiana/mostra, abbiamo passato il resto del pomeriggio percorrendo a piedi tutta l’area dell’expo, ammirando da fuori i diversi padiglioni e scherzando sulle file dei cinesi, che in maggioranza erano dotati pure di sediolina portata da casa e ombrellino da sole.

Noi ci siamo accontentati del zyklon b fresco fresco sparato dall’alto dalle autorità sulle code e di qualche decina di bottigliette d’acqua.

Durante lo show di tamburi coreani e rap mimato mi sono sostanzialmente attaccato a un erogatore di questo liquido fresco benedetto.

Quando finalmente abbiamo raggiunto il fascistissimo padiglione dell’Italia, che da fuori è uguale uguale al rettorato della Sapienza-Università di Roma, ha fatto buio.

Con soli 45 minuti di fila a spintoni abbiamo guadagnato l’ingresso alla bella esposizione cantando in coro “Berlusconi pezzo di merda”. Un “pizzico” di patriottismo e retorica, ma Italia batte India 50 a 1. Un ottimo padiglione, con opere d’arte vecchie e nuove, in primo piano la pasta, il vino e la moda, senza dimenticare le nuove grandi opere: bellissimi i video sul mose di Venezia e sul ponte sullo stretto di Messina, insomma le opere ormai in via di completamento nell’Italia nostra.

Quasi tutti i video sono della Arancia Film, chissà con chi sono ammanicati. Il China Daily ha fatto un articolo sull’”artigiano” dello stand Tod’s, che – chiuso sotto vetro – cuce a mano una scarpina. Ma a me ha colpito di più il robot progettato dai ricercatori del Sant’Anna di Pisa, che gira per strada e raccoglie rifiuti da riciclare.

E’ quando abbiamo deciso di lasciare lo stand italico che è caduto giù, a sorpresa (ormai non lo aspettavamo più) il diluvio universale. Protetti prima dal padiglione della patria, poi da un fast food di Hong Kong, abbiamo quindi raggiunto la metro, guadando i viali dell’expo ormai diventati fiumi.

Un’altra giornata, un’altra impresa per la triade di Shanghai. Ma la vera impresa è stato scrivere questo post, visto che il wireless dell’ostello funziona a carbonella di pringles a singhiozzo.

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mi metto in tasca una piccola mela

Nella città che sale tutto è verticale. Mastodontica ed imponente, risparmia gli spazi. Le luci, il caldo umido e la marmellata di macchine. La corrente che scorre tra i blocchi di vetro e metallo, ci spinge lungo strade affollate. Corpi, macchine, marmitte, insegne e cibo, rallentano il nostro fluire di foglie in superficie. Adoro questo senso di perdita. Come dentro una lavatrice, sdraiato lungo il mitico Rotor, nella giostra che impazzisce. Insomma la megalopoli densa di segni non decodificabili è davvero stimolante, ottima per perdersi dentro e fuori di sé. E noi? ad un certo punto abbiamo alzato le vele, segnato la rotta e ci siamo direzionati al celebre magazzino del fake, del falso cinese, il santuario dell’imitazione, il gotha della replica. Il tempio dove il logo viene destrutturato, macinato e ricostruito in modo perfetto… una digestione dal basso… una sussunzione reale dell’immaginario consumista occidentale. Bellissimo! Dentro abbiamo trovato di tutto…. perfette realizzazioni di opere tecnologiche e di abbigliamento… “cineserie” si diceva un tempo in un italia impolverata dagli anni. Ora la precisione con cui vengono realizzate queste cose è spiegabile solamente perchè il medesimo know how, la medesima manodopera, e probabilmente i medesimi stabilimenti producono il medesimo pezzo in duplice copia: brandizzato e “falso”. Il limite di confine tra ciò che è originale e ciò che non lo è sfuma gradando in un concetto indistinto.
Questa operazione ha decisamente un portato destabilizzante.
Così come la tecnica e la riproduzione per Walter Benjamin attentavano all’arte (La riproducibilità, secondo Benjamin, distruggerebbe quella che egli definisce “l’aura” dell’opera d’arte. Egli la concepisce come qualcosa di irripetibile che era presente nelle opere antiche, un qualcosa di originario che ne garantiva l’autenticità, proveniente da manipolazioni tecniche che gli dovevano apparire ogni volta uniche e non totalmente imitabili e dal fatto che l’espositività dell’opera, quella che oggi si chiamerebbe la sua fruizione, era limitata a pochi, non percepita come oggi da ognuno e ovunque, come accade per ogni immagine che sia realizzata in serie), la replica “falsa” sporca la purezza del logo attentando al presunto attestato di qualità dei prodotti “ufficiali”. Anzi, proprio nella replica, dalla contaminazione, vengono alla luce intuizioni e miglioramenti che magari verranno nuovamente “imitate” questa volta dalla produzione ufficiale in un circolo virtuoso del valore.
Lambda ci raccontava del mitico I pad sottratto agli artigli fighetti (laccati di bianco) di steve jobs… ne esce una creatura ibrida, più brutta, più lenta ma sicuramente funzionale al prezzo di una cena per due in pizzeria. Che poi non regga l’urto mi pare secondario. Sono pronto a fare il confronto con un autentico Ipad per vedere che succede.

Cercansi volontari pronti a mettere a disposizione il proprio autentico Ipad per difendere il lignaggio del logo e la propria dignità per aver speso una somma spropositata per acquistarlo!

Alfa

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Test failed

E’ dall’inizio del nostro viaggio in Cina che avevamo deciso di testare per tutti voi lettori del blog l’ultima meraviglia tecnologica. L’oggetto del desiderio di ogni nerd fighetto che si rispetti. E’ quell’aggeggio di cui ha parlato qualche tempo fa il corriere.it, chiamandolo “I-ped“. Si tratta del desideratissimo fake I Pad. Un oggetto similissimo a quel coso della Apple che non serve a niente, che dovrebbe più o meno fare le stesse cose e costare molto di meno.

Lo abbiamo trovato subito a Pechino. Mercato delle perle, piano terra. Decine di venditori. Abbiamo portato la contrattazione a 800 Yuan (ca. 100 euro), quindi resistendo siamo ripartiti senza comprarlo.

Arrivati a Shanghai, la città dell’expo, occidentale e tecnologica, nonché ultima tappa del viaggio della nostra triade, non abbiamo potuto fare a meno di recarci oggi pomeriggio al mitico Taobao, mercato del falso famoso e centralissimo, infestato (come nessun altro luogo in tutto il Paese) di italiani.

Ci siamo aggiudicati 3 Ipad (ovviamente non si sogna nessuno di chiamarli I ped, quella è un’invenzione giornalistica) nuovi fiammanti, completi di borsetta e spina europea.

Vi dico subito il risultato del primo test durato una trentina di minuti: accensione lenta, android s’è impallato 3-4 volte in mezz’ora, legge bene gli mp3 (ha anche delle piccole casse), sia da Usb, sia da microSd. Per quanto riguarda i video, non legge i wmv. I software preinstallati sono per chattare (Msn, Icq, Skype, ecc.), per navigare (ma non funzionava il wireless dell’ostello per cui non ho provato), per vedere le foto (ottimo risultato), leggere la musica e i video. Per scrivere documenti e fogli di calcolo (nonché presentazioni) c’è un apposito pacchetto, che però è in funzionalità limitata. Si può cambiare la lingua del sistema (era impostata su “spagnolo”, l’ho cambiata in “italiano” facilmente). C’è anche Genius Writer, un software per scrivere  e disegnare col touch. La batteria dura pochissimo, ca. la mezz’ora impiegata per ultimare il test.

L’ultima prova (fallita miseramente dal finto Ipad) è stata quella di farlo cadere per terra da ca. 1 metro, nella concitazione dovuta all’eliminazione di una blatta gigante nella stanza.

Il mio fake Ipad ha ora tre spacchi sullo schermo (screen) e se lo tocco (touch) non dà alcun risultato, al massimo apre un’applicazione a caso.

Test failed.

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Panda-mento lento

Come ampiamente annunciato, oggi all’alba siamo andati a conoscere il Panda. Questo simpatico pancione sembra uscito dagli anni ’70, la generazione del conflitto e la marcata matrice antilavorista. Sarebbe un perfetto indiano metropolitano stordito a parco Lambro, salvo per la presunta scarsa propensione all’accoppiamento che, invece, in quegli anni ebbe la sua manifestazione pubblica più eclatante. Il Panda gigante (Ailuropoda melanoleuca) è un sonnecchioso fricchettone sobriamente vestito di un bicolore basico. Dorme per la maggior parte della giornata e si sveglia solamente per ingurgitare una enorme quantità di bambù. Insomma uno stile di vita decisamente antisistemico. E’ evidente il forte rischio che possa divenire un simbolo, un modello esistenziale antiproduttivista. Proprio per questo è stato realizzato un dispositivo di rimozione a livello mondiale per ridurlo in cattività con la scusa del rischio di estinzione. In particolare, da informazioni assolutamente attendibili assunte sul campo, per anni si è seminata viralmente la tesi fantascientifica che i Panda, senza l’uomo, non possono sopravvivere sul nostro pianeta. Ed in particolare, come sopra già accennato, la delegittimazione esistenziale passa attraverso falsissime tesi scientifiche circa una scarsa propensione all’attività sessuale. Visto che il panda, con il suo stile di vita ed il suo rifiuto dell’etica del lavoro, è una minaccia per se stesso, ci deve pensare l’uomo. A tal fine sono sorti in Germania, Austria, Giappone e Cina centri concentrazionari dove il Panda viene rinchiuso per essere sottratto dallo sguardo del precariato interplanetario. Sempre da voci assolutamente autorevoli, sembra che vi sia un’organizzazione insurrezionale di Panda pronta ad uscire pubblicamente con un’azione tanto simbolica quanto eclatante (forse un ariete a piazza Tienanmen contro la China Airlaines). Il Viminale – con l’ausilio di un team di econaturalisti collaborazionisti – indaga. Vi terremo informati.
Alfa

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Altezza mezza bellezza

Visto che finora ne avevamo visto solo un centinaio di Buddha in tutte le possibili declinazioni non ci siamo fatti mancare il Buddha piu’ alto del mondo (71 metri di altezza).

A sole due ore di macchina da Chengdu (tralascio di parlare della serie di incidenti che abbiamo sfiorato) si trova la non bellissima cittadina di Leshan che ospita questo enorme complesso di templi, musei, ponti vari e naturalmente il mastondico Buddha.

All’enorme pupazzone siamo arrivati facilmente dall’alto e la prima cosa vista (oltre naturalmente ai milioni di turisti cinesi) sono stati il capoccione e gli occhi da miope tipici dei buddhisti.

Tramite delle lunghe scale siamo scesi, sempre contornati da migliaia di giapponesi naturalizzati cinesi, a vedere il corpo con le sue enormi manone sino ad arrivare ai piedi nudi.

Questa sorta di spogliarello al contrario non ci ha fatto demordere, abbiamo proseguito imperterriti lunga le discese ardite e le risalite dell’enorme complesso.

La fatica si faceva sempre maggiore, ma noi, intrepidi Indiana Jones, ci siamo avventurati tra i tanti pericoli presenti: millepiedi coloratissimi, gente sempre pronta a scatarrare ed intrepidi venditori di cianfrusaglie che, come moderne sirene, con il loro tipico richiamo luk luk, ci invitavano ad acquistare meravigliosi reperti di epoca Ming.

Stremati dalla fame e con la speranza di trovare un fantomatico ristorante vegetariano (segnalato dalla guida) abbiamo raggiunto il fatidico tempio di  di Wuyou che comprende tra l’altro una sala con 1000 arhat di terracotta con un’incredibile varietà espressioni.

Girare intorno a queste statue e’ stato molto bello, a tratti ipnotico, in certi momenti mi ha fatto venire in mente l’Overlook Hotel:

Il mattino ha l’oro in bocca, il mattino ha l’oro in bocca, il mattino ha l’oro in boccca…

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Il luogocomunismo in un paese solo

Prima di partire per la Cina tutti quelli che ci erano già stati, e anche quelli che ne avevano sentito parlare, ci hanno detto qualcosa. Alcune frasi tornavano spesso, come un mantra. Provo a riepilogare:

- la cucina cinese non ha niente a che vedere con quella dei ristoranti cinesi in Italia

- ad agosto in Cina fa un caldo appiccicoso che lèvati

- i cinesi sputano in continuazione, ovunque

- in Cina c’è un inquinamento da paura

- i cinesi ce l’hanno piccolo

Come sappiamo dalla sociologia, i luoghi comuni hanno sempre una base di verità. E quindi non voglio demolire le credenze che tutto sommato esistono per qualche motivo.

Però, però c’è un però. Anzi ce ne sono vari.

La cucina cinese è immensamente più varia e mediamente più buona di quella che si può assaggiare in un qualsiasi ristorante cinese in Italia. Lo sa persino chi ha provato un cinese a Londra, o a Parigi. Ma quello che conoscete tutti (il riso alla cantonese, il pollo alle mandorle, i ravioli al vapore, gli involtini primavera, ecc.) non è un’invenzione per i gonzi italiani. E’ una riduzione, un “riassunto”. Come la “Pizzeria da Enzo” a Cincinnati sta a “Da Michele” a Napoli, così il ristorante cinese di via della Giuliana sta a quello di Chengdu. Certo, gli “involtini primavera” non si trovano quasi mai e non si chiamano così. Certo, i ravioli al vapore esistono in milioni di forme e sapori, e soprattutto in brodo (eccezionali!). Certo, il riso alla cantonese non esiste con quel nome. E tante altre cose. Ma la sostanza è quella. Per capirsi: la birra che sto bevendo e che è nettamente la più diffusa in Cina è la Tsin Tao, proprio quella presente in ogni ristorante cinese in Italia che si rispetti (è trascurabile che qui ne esista una varietà enorme, e che quella che sto bevendo ad esempio è una scura simil-guinness).

Passiamo al caldo soffocante. Sì, è vero, a Pechino abbiamo sofferto molto, e probabilmente a Shanghai soffriremo altrettanto. Ma nel resto dei posti visitati, grazie anche alla pioggerella (acida) che di solito allieta ogni pomeriggio da qualche giorno, c’è una frescura che magari avercela, a Roma nostra.

Per quanto concerne lo scaracchio, abbiamo studiato a lungo la questione. Ciò che più incuriosisce (e fa impressione) è la teatralità. La gente (per la verità sembra che solo i maschi si facciano portatori di questa usanza) non si limita infatti a sputare per terra a profusione. Prima lo annuncia, col tipico risucchio, molto pronunciato e rumoroso. In questo modo, chiunque passi nei paraggi può fare in tempo a scansarsi. Non è forse questo un gesto di profondo rispetto e di educazione millenaria?

Per quanto riguarda l’inquinamento, anche qui, tutto vero. Molte macchine in giro, molte fabbriche e centrali a carbone o nucleari ovunque. Ma ci sono anche tantissimi motorini elettrici. E moltissimi nativi si proteggono dallo smog e dal caldo contemporaneamente grazie a un’elegante e brillante invenzione: una visiera da fonderia. Infine il cielo, secondo me, è giallo perché riflette i colori del fiume giallo, più che per lo smog.

Infine: le doti sessuali dei cinesi. Su questo non ho avuto esperienza, ma Alfa ha sbirciato negli urinatoi degli autogrill e pare che sia proprio tutto vero.

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Una domenica cinese

La domenica qui a Chengdu si e’ svolta in maniera tradizionale: abbiamo dormito un po’ piu’ del solito, abbiamo fatto una ricca colazione e a mezzogiorno ci siamo recati al tempio taoista per la messa, usciti di li’ siamo andati a comprare le pastarelle (abbiamo preso il Montblanc per la nonna).

A pranzo tutti insieme con la famiglia abbiamo mangiato per primo le tagliatelle di Ping Yao, per secondo il pollo con i peperoni piccanti del Sichuan e come contorno i fagiolini frittti saltati con le noccoiline ed i peperoncini verdi. A seguire le mignon con caffe’ ed ammazzacaffe’.
Dopo pranzo abbiamo visto il Gran Premio di automobilismo (il campionato cinese e’ ancora nella sua pausa estiva) fatto una bella pennica, giusto in tempo per andare, alle 18:30 al Mao Zedong a vedere l’ultimo film di Jackie Chan.
Dopo il cinema subito a casa che domani si lavora.

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