Ieri Expo. Toccava. Per chi, tra i lettori, non sapesse cosa sia un’expo, provo a riassumere wikipedia. L’expo è una fiera internazionale, che si svolge a cadenza irregolare dal 1851 in una città del mondo ogni volta diversa. Da poco si è deciso che le expo si fanno ogni 5 anni.
Per il 2010 è stata selezionata Shanghai, mentre come molti sanno nel 2015 si terrà a Milano.
Da un po’ di anni, queste esposizioni, una volta deputate a mostrare le ultime innovazioni tecniche e tecnologiche, sono più che altro fatte per il nation branding, ovvero per pubblicizzare i singoli stati.
L’expo di Shanghai consiste quindi in un’area enorme (quasi 6 chilometri quadrati di area espositiva), divisa in “padiglioni”, ovvero costruzioni, ognuna corrispondente ad un paese. Tra i vari padiglioni, milioni di cinesi si accalcano in file oceaniche.
Noi arriviamo verso le 14.00, siamo all’incirca i 400millesimi visitatori della giornata, stando alle meravigliose statistiche del sito ufficiale dell’expo.
Il sistema di controllo biopolitico è rigido. Ovviamente all’entrata mi sequestrano l’ennesimo accendino (e siamo a tre, regalati alla nazione cinese!). Poi ci incanaliamo in una delle file infinite per entrare in un padiglione. Scegliamo quella dell’India, che sembra più umana. Dopo soli 40 minuti di cordone per non far passare signore cinesi armate di borsetta, la triade riesce ad entrare. Lo stesso non si può dire di alcune persone svenute per il caldo, portate via a braccia da quattro soldati dell’armata rossa.
Assorbite alcune pietanze tipiche indiane, tipo il riso e il pollo tandori, abbiamo potuto ammirare un po’ di poster stampati col computer di casa su quant’è bella l’India e un ologramma sulla città del futuro.
Delusi dal rapporto fila indiana/mostra, abbiamo passato il resto del pomeriggio percorrendo a piedi tutta l’area dell’expo, ammirando da fuori i diversi padiglioni e scherzando sulle file dei cinesi, che in maggioranza erano dotati pure di sediolina portata da casa e ombrellino da sole.
Noi ci siamo accontentati del zyklon b fresco fresco sparato dall’alto dalle autorità sulle code e di qualche decina di bottigliette d’acqua.
Durante lo show di tamburi coreani e rap mimato mi sono sostanzialmente attaccato a un erogatore di questo liquido fresco benedetto.
Quando finalmente abbiamo raggiunto il fascistissimo padiglione dell’Italia, che da fuori è uguale uguale al rettorato della Sapienza-Università di Roma, ha fatto buio.
Con soli 45 minuti di fila a spintoni abbiamo guadagnato l’ingresso alla bella esposizione cantando in coro “Berlusconi pezzo di merda”. Un “pizzico” di patriottismo e retorica, ma Italia batte India 50 a 1. Un ottimo padiglione, con opere d’arte vecchie e nuove, in primo piano la pasta, il vino e la moda, senza dimenticare le nuove grandi opere: bellissimi i video sul mose di Venezia e sul ponte sullo stretto di Messina, insomma le opere ormai in via di completamento nell’Italia nostra.
Quasi tutti i video sono della Arancia Film, chissà con chi sono ammanicati. Il China Daily ha fatto un articolo sull’”artigiano” dello stand Tod’s, che – chiuso sotto vetro – cuce a mano una scarpina. Ma a me ha colpito di più il robot progettato dai ricercatori del Sant’Anna di Pisa, che gira per strada e raccoglie rifiuti da riciclare.
E’ quando abbiamo deciso di lasciare lo stand italico che è caduto giù, a sorpresa (ormai non lo aspettavamo più) il diluvio universale. Protetti prima dal padiglione della patria, poi da un fast food di Hong Kong, abbiamo quindi raggiunto la metro, guadando i viali dell’expo ormai diventati fiumi.
Un’altra giornata, un’altra impresa per la triade di Shanghai. Ma la vera impresa è stato scrivere questo post, visto che il wireless dell’ostello funziona a carbonella di pringles a singhiozzo.